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Femminicidio

Femminicidio

Date Posted - 3rd ott 2013 |  Category - Pari Opportunità |  Etichette - , , , , , , , ,

Le parole ci rendono liberi. È questo che penso, mentre leggo i numerosi articoli, post, commenti presenti su internet o sui quotidiani.

Sono una donna e sono stufa della strumentalizzazione che molti fanno della parola “femminicidio”. Alcuni sostengono che non si debba pronunciare perché “altrimenti evidenziamo il problema e la differenza tra uomo e donna”. Altri pensano che sia una moda dei tempi. Altri ancora sostengono che “anche tanti uomini muoiono ogni giorno, ma nessuno ne parla”.

Oltre ad essere indignata come donna e come essere umano per la maggior parte di queste affermazioni, vorrei dire a tutti coloro che portano queste tesi: non conoscete il significato di femminicidio.

Il termine femminicidio si riferisce a tutti i casi di omicidio in cui una donna viene assassinata, uccisa da un uomo per ragioni legate alla sua identità di genere. Moglie, compagna, fidanzata o amante, ha intessuto delle relazioni sentimentali con l’autore del delitto, il quale, spesso, pensava  che il protrarsi indefinito e sottomesso della relazione fosse un dovere indissolubile.

Dirò di più: il termine femminicidio non è figlio di un sensazionalismo giornalistico, ma è stato utilizzato per la prima volta da Diana Russell, criminologa, nel 1992.

La Russell identificò in questo fenomeno una categoria criminologica vera e propria. Così introdusse un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentì di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte.

Questo atto appare di una forza sconvolgente se si pensa che costruire un significato attorno ad una parola, riempirla di senso, dettare nuove regole, portarlo nel mondo ed evidenziarne le sue peculiarità, di fatto rappresentano uno strumento straordinario di rinnovamento e cambiamento della realtà; forse, l’unico.

Il femminicidio come valore, come termine, come significato non nasce a caso, né perché mediaticamente d’impatto. Non brutalizza l’immagine della donna riducendola a “femmina”.

Dietro c’è una storia lunga più di vent’anni, una storia in cui le protagoniste sono le donne.

C’era bisogno di un nome nuovo, di gridarlo alla società.

Marcela Lagarde, antropologa, si è espressa sulla scia della Russell affermando che: “il femminicidio è un problema strutturale, che va oltre agli omicidi delle donne. Riguarda tutte le forme di discriminazione e violenza di genere che sono in grado di annullare la donna nella sua identità e libertà, non soltanto fisicamente, ma anche nella loro dimensione psicologica, nella socialità, nella partecipazione alla vita pubblica”.

Basti pensare a quelle donne che subiscono molestie e violenze, in silenzio, per anni. Sul posto di lavoro, a casa, in famiglia. C’è una tremenda difficoltà nel ricostruirsi una vita, nel riappropriarsi di sé.

Come donna e come figlia e come compagna inorridisco al solo pensiero che tutto questo possa accadere. Perdere rispetto, dignità, sentirsi morire dentro perché non si sa più chi si è, qual è il mondo e quale il modo. Annientate nella volontà, abbattute nel fisico e nella coscienza.

Non mi basta più sapere di aver guadagnato dei diritti. Voglio poterli usare. Voglio non aver timore di uscire di casa da sola, né di dire una parola in più. Desidero dire alla figlia che verrà di non aver paura e desidero ancora di più poterla accompagnare in un mondo che consente pari opportunità, anche se giocate diversamente in ruoli e contesti opposti.

La consapevolezza e l’uso della parola femminicidio hanno operato in modo straordinario nella legge e nell’ordinamento dei paesi latino-americani.

Una parola ha creato una frattura, ha scosso e consentito con grandi fatiche di migliorare la società.

Voglio rispondere a coloro che dicono a gran voce “tacciamo, altrimenti evidenziamo il problema e la differenza tra uomo e donna” che c’è un problema e va sottolineato fino alla nausea. La differenza fra uomo e donna esiste e i numerosi decessi di questi ultimi anni lo testimoniano. Siamo diversi nel pensiero, nella gestione della famiglia, nel rappresentarci la nostra intimità, nell’educare i figli e nella forza fisica. È inutile che ci raccontiamo come uguali. Ma lo scopo delle pari opportunità non è quello, non è uniformarci, ma saper cogliere e apprezzare le diversità, affinché non spaventino, ma siano ricchezza.

È una moda passeggera? I media spingono all’estremo questo fenomeno come altri, lo triturano nei propri meccanismi, ma ne danno visibilità. Per una “moda” che altrimenti sarebbe solamente invisibile, sotterranea, non cesserebbe semplicemente di esistere.

Infine, a coloro che sostengono che “anche tanti uomini muoiono ogni giorno, ma nessuno ne parla” dico: diventate padroni dei significati. Mettete in moto il cervello e portatelo sul livello dell’argomentazione, del pensiero, della riflessione, della lotta. Certo, ci sono molti uomini che muoiono ogni giorno. Come molte altre donne. Per incidenti domestici o stradali. Colpite a morte durante una rapina o per cancro. Il femminicidio è un’altra cosa. Penso sia evidente. Rappresenta una nicchia di significato. Apre un piccolo mondo e nulla ha a che fare con omicidi, assassini o prematuri decessi.

Se non capiamo questo, non riusciremo a fare la differenza, perché differenza è cogliere la sfumatura, incollare l’etichetta alla scatola giusta, non confondere sé con l’altro.

D’altra parte, le parole ci rendono liberi.

 

Claudia Barbelli

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